Via Toboga alla Crema - Monte Cuminello

Prima salita 4 Giugno 2022 - M. Serafini, D. Bonfanti   Difficoltà : VI; R3 attrezzata a chiodi da integrare, soste attrezzate a fix,  utile martello e chiodi Dislivello : 180m, sviluppo 220m Roccia : mica-scisto quarzifero molto compatta Tempo impiegato : ore 5:00 dall'attacco Avvicinamento : 2:00 dal rifugio Dordona Sulla stessa parete: Via Cacciatori di Gemme

Via The Flying Orange - Cima Croce, Alben

Prima Salita 07 Ottobre 2018 - Marco Serafini, Emanuele Cavenati e Alberto Colleoni (a comando alternato)

Difficoltà: IV+, V; R1 solo un chiodo in via, ma facilmente proteggibile
Dislivello: 150m, sviluppo 175m
Roccia: ottimo calcare compatto sui muri, qualche tratto su erba
Tempo impiegato: ore 3:30 dall'attacco alla vetta
Avvicinamento: 1:00

La via "The Flying Orange" risale la parete nord-ovest della Cima Croce attaccando a destra delle ultime vie che si incrociano salendo dalla Conca dell'Alben (Clipper e Hotel California). Quattro tiri di corda caratterizzati da salti verticali intervallati da tratti più semplici e trasferimenti su erba; caratteristica di questa parete molto frastagliata. Un salto verticale subito all'attacco del primo tiro; due salti ben presati per un secondo tiro atletico; un attacco in strapiombo sopra la seconda sosta, seguito da un divertente diedro; un diedro finale con un accesso difficile e uscita su larice.
La via è stata lasciata volutamente schiodata a meno di un chiodo sull'uscita dell'ultimo tiro, su un passaggio altrimenti improteggibile. A segnare il percorso sono stati lasciati quattro cordoni, permettendo ai ripetitori di gustare una salita "clean".

Avvicinamento       
Parcheggiare a fianco del vecchio hotel degli impianti sciistici della Conca dell'Alben e seguire il sentiero che porta al passo della Forca. Abbandonare il sentiero quando questo si stringe a canale e traversare verso la parete di fronte. Individuato l'attacco di Hotel California (bollo giallo in corrispondenza di una evidente fessura verticale) o quello di Clipper, continuare a salire fino a superare la cengia erbosa che permette di evitare il primo tiro di Hotel California. Poco oltre c'è un evidente spuntone di roccia alto 15 metri; la via attacca sul lato destro dello spuntone.

Relazione Tecnica        
L1: Superare il primo facile gradone per portarsi sotto la fessura più sottile di sinistra. Attaccarla con un passo deciso in dulfer (V esposto) portandosi poi sulla verticale all’altezza di un piccolo spuntone (cordino blu visibile dall’attacco). Prestare attenzione all’uscita del muretto dove la roccia diventa più sporca e meno proteggibile, quindi continuare con arrampicata semplice fino a sostare sotto un muro (S1 spuntone, 40m, V/III).

L2: Proseguire sulla verticale della sosta attaccando il muro dov’è solcato da una fessura rotta e strapiombante, ma ben appigliata (IV+, cordone viola), uscendo con arrampicata atletica sopra il primo salto. Salire ora il muro verticale a sinistra (cordone viola) prima su buone prese, poi seguendo una fessura obliqua a destra (IV+) che porta in esposizione ad uscire su rocce via via più facili. Traversare a sinistra su cengia e sostare sotto un salto di roccia aggettante solcato da una fessura verticale (S2 spuntone, 50m, IV+).

L3: Salire sopra la sosta utilizzando la fessura per proteggersi e la lama alta a destra per issarsi oltre lo strapiombo (V). Continuare su pendio erboso puntando ad un diedro articolato sulla destra (cordone giallo visibile) e risalirlo per sostare appena sopra (S3 friends, 45m, V/IV).

L4: Traversare marcatamente a sinistra su erba fino a raggiungere la verticale di un diedro molto rotto sovrastato da un piccolo larice appena visibile in uscita. Salire il primo salto evitando la fessura centrale poco appigliata e salendo più a sinistra con passaggi atletici fino a guadagnare la parte centrale del diedro (V). Risalire al centro del diedro (IV) fin dove possibile, quindi uscire in traverso su placca liscia artigliando erba e roccia sporca (chiodo lasciato a proteggere la difficile uscita). Salire quindi per rocce più facili e mobili fino a sostare sul piccolo larice (S4, 40m, V/IV, 1ch).

Da qui per facili balze erbose si esce poco sotto la vetta della Cima Croce, incrociando il sentiero che sale dal passo della Forca.

Racconto        
Con la squadra dimezzata da piccoli infortuni e impegni, arruoliamo Emanuele e partiamo alla volta della Cima Croce sull’Alben. La meta, a differenza dei giri precedenti, non è per nulla sconosciuta all’alpinismo e vanta diverse vie di lunghezza e difficoltà contenuta. Clipper, Hotel California, Tri e Mes, Black Line, Aubea si contendono la parete Nord-Ovest caratterizzata da un calcare compatto e molto lavorato, con balze verticali intervallate da canali erbosi e cenge detritiche. L’arrampicata non è mai troppo continua e acquista fascino d’inverno, dove i tratti erbosi diventano scivoli innevati.
Saliamo senza troppe pretese di gloria per vedere se riusciamo a sgusciare una via nuova sul lato destro della parete; più basso e quindi meno ambito. Camminando sul sentiero che porta al passo della Forca, passiamo in rassegna tutti gli attacchi, scoprendo anche la via G.M., ben segnata da una placca importante e da una fila di spit ravvicinati. “Qualcuno fa sul serio!” pensiamo, seguendo con lo sguardo le placchette. Noi invece viaggiamo leggeri e proseguiamo oltre, superando la vicina Clipper e indugiando sotto la fessura di Hotel California.
Saliamo ancora un po’. Ho in mente una linea che scorsi qualche settimana prima. Dovrebbe essere facile, forse troppo, forse adatta più ad una salita invernale che alle scarpette che ci penzolano dallo zaino.
Arriviamo all’attacco e buttiamo il naso all’insù, disegnando passaggi e soste; contando i tiri e ipotizzando gradi. Qualcuno dice “troppo facile”, ma siamo nuovi a questo gioco e non sappiamo ancora giudicare dal basso. Decidiamo che è la nostra linea e che avremmo provato a proteggere solo con protezioni rapide; una salita “clean”. Abbiamo chiodi e martelli, ma oggi possono restare sull’imbrago, come ancora di salvataggio solo al bisogno.
Lascio a Emanuele l’onore di aprire il primo tiro, io e Alberto seguiremo a forbice. Subito sopra l’attacco incontriamo il primo muro verticale della via. Tre fessure parallele e verticali. Emanuele non scruta neanche quella più a destra, butta un’occhiata sfuggente a quella centrale e poi decide di attaccare quella di sinistra, incitato e consigliato da me e Alberto. D’altronde si sa che dal basso mentre si fa sicura è come la domenica sul divano a guardare la partita; si è sempre più bravi di chi sta in campo.
La fessura di sinistra è più rotta, più proteggibile, ma anche più esposta. Dal “divano” io e Alberto non ce ne rendiamo conto, ma Emanuele deve uscire nel vuoto lasciato da una spaccatura, per issarsi in dulfer sulla fessura. Ema supera il passaggio senza lamentarsi troppo ed esce dai metri verticali per cercare una sosta poco sopra e sulla sinistra, al grido di “cerca uno spuntone, che non sei buono di sostare su friends!”.
Alla sosta, un bello spuntone sotto un promettente muro nerastro, ci passiamo le consegne e mi riempio l’imbrago di un arcobaleno di colori. Davanti a me, proprio sopra la sosta, c’è una bella paretina verticale butterata di buone prese. L’arrampicata sembra di soddisfazione, ma non vedo punti facili per proteggere. Più a sinistra invece, la placca è interrotta da una fessura molto rotta, ma con un invito leggermente strapiombante. Decido di portarmi sotto di questa e piazzo un BD3.5 che non mi convince per niente. Lo giro, lo ripiazzo; fa ancora cagare…
La fessura è rottissima, assomiglia da lontano ad uno scoglio lavico lavorato dall’acqua. Mi conforta trovare delle presone per le mani e quindi decido di attaccare alzandomi sopra il grosso friend.
Fatto il primo passo la fessura resta verticale ma più semplice e posso salire oltre, dove il terreno perde pendenza. Da qui potrei continuare sulla destra, su placca appoggiata, ma alla mia sinistra c’è un altro muro verticale troppo bello per ignorarlo. Mi proteggo con uno spuntoncino e poi con un friend medio ed esco dal secondo salto su una bellissima fessura obliqua. Cerco una sosta e la trovo, proseguendo su terreno facile verso sinistra, al riparo dell’ennesimo salto verticale.
Continua Emanuele, che si trova davanti 3 metri poco più che verticali, incisi da una fessurina buona per proteggersi, ma parca di appigli. Mi faccio da parte, per non prenderlo in testa, e lo vedo alzarsi quanto basta per arraffare a piene mani una lama che gli permetterà di liberare anche questo boulder. L’arrampicata, seppur mai troppo difficile, è sempre molto estetica e atletica!
Urlo a Emanuele, ormai nascosto oltre il labbro del muro, di dirigersi verso la placca finale a cui puntavamo come uscita della via, ma Ema ha altri piani e vuole evitare il pendio di roccia erbosa che adduce alla placca. Scarta a destra, traversa e scova un diedro che risale proteggendosi con una clessidra. Io e Alberto non possiamo che seguire, scrutando la placca che scorre sulla nostra sinistra e giungendo alla terza sosta, attrezzata su friends. Rinforziamo con un friend BD3.5 e cerchiamo di capire come affrontare quello che sembra l’ultimo ostacolo della via; un salto roccioso di 30 metri che dovrebbe portarci sui pendii erbosi sommitali.
Valuto la possibilità di spostare la sosta per riprendere la placconata, ma il lungo traverso, per quanto facile e sicuro, snaturerebbe la via. Guardiamo allora a destra, ma un muro compatto ci sbarra la strada e se continuiamo ancora più a destra, usciamo per cenge erbose sul sentiero che sale dal passo della Forca. Non resta che un diedro zigzagante che si trova tra noi e la placconata e che sbuca all’altezza di un piccolo larice. L’accesso al diedro non sembra banale, ma se riusciamo a vincere i primi metri il resto sembra fattibile.
Parte Alberto. Sale sul lato destro della bocca del diedro, ma presto si trova sotto un tetto triangolare. Cerca di proteggersi traversando a sinistra, ma l’unica soluzione è una fessura orizzontale sotto al tetto che da vicino si rivela aperta e improteggibile. Studia il passaggio per qualche minuto, ma decide saggiamente di non strafare e disarrampica i difficili metri che lo riportano sulla cengia erbosa.
Riparto io. Provo a passare a sinistra. C’è una specie di spuntone alto 3 metri con una lama svasata e una buona presa in alto. Mi proteggo con 3 friends ravvicinati, ma mi fido solo di uno. Mi tiro quasi solo di braccia e finalmente riesco ad accedere al diedro soprastante. Manca poco. Mi alzo ancora un po’ lungo la fessura basale e raggiungo l’uscita del diedro. Qui ho le mani nell’erba umida, qualche sasso che si muove e una placca liscia per i piedi. Sono comodo, ma ho le scarpette bagnate e non oso alzarmi in aderenza.
Siamo quasi fuori, un passo e la via dovrebbe essere chiusa. Cerco qualcosa per proteggermi, ma quel poco che c’è si muove. Guardo il larice sulla mia sinistra e assaporo la soddisfazione di richiamare i miei compagni all’ultima sosta e allora, senza pensarci troppo, allungo la mano al martello, prendo un chiodo nero e lo pianto davanti a me. Mi dispiace usare un chiodo proprio sull’ultimo passo, ma meno della prospettiva di tornare a casa livido. Esco dal diedro, che una volta protetto non sembra proprio difficile, e recupero Alberto e Ema al larice.
Quattro ore e mezza dopo essere partiti, con tre passaggi di V e un tiro di IV+ possiamo finalmente festeggiare e raggiungere la vetta per pendii erbosi.


Il difficile salto sopra l'attacco

Arrampicata atletica su buone prese

La fessura strapiombante del secondo tiro

Alla base dell'ultimo diedro, spunta il larice che ci farà sicura

L'unico chiodo in via, l'uscita dell'ultimo diedro

Il tracciato delle vie della Cima Croce

Tracciato della via

Commenti