Via Toboga alla Crema - Monte Cuminello

Prima salita 4 Giugno 2022 - M. Serafini, D. Bonfanti   Difficoltà : VI; R3 attrezzata a chiodi da integrare, soste attrezzate a fix,  utile martello e chiodi Dislivello : 180m, sviluppo 220m Roccia : mica-scisto quarzifero molto compatta Tempo impiegato : ore 5:00 dall'attacco Avvicinamento : 2:00 dal rifugio Dordona Sulla stessa parete: Via Cacciatori di Gemme

Via Camilepo - Zucco di Pesciola, Piani di Bobbio

Aperta il 07 Febbraio 2019 - M. Serafini ed E. Cavenati

Difficoltà: M4/M5; R1 solo un chiodo in via, ma facilmente proteggibile
Dislivello: 100m, sviluppo 125m
Condizioni: neve non trasformata e non portante
Tempo impiegato: ore 3:00 dall'attacco alla vetta
Avvicinamento: 1:30

Sulla stessa parete: 

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La via "Camilepo" risale il primo canale/colatoio roccioso alla sinistra dell'attacco della cresta Ongania. Il canale adduce ad un largo pendio nevoso da cui si raggiunge, obliquando verso sinistra, un camino formato da grossi massi incastrati.
Pur essendo una via di sviluppo limitato ha tutti gli ingredienti di una via invernale. Un primo tiro in stretto canale con incastri di corpo e picche, un secondo tiro ravanoso su pendii nevosi divisi da fasce rocciose e un ultimo tiro di dry tooling duro.

Avvicinamento         
Raggiungere l'attacco della cresta Ongania quindi costeggiare la parete verso sinistra per 100 metri, perdendo qualche metro di dislivello fino ad un evidente canale sovrastato da pendii nevosi.

Relazione tecnica      
L1: Si attacca il canale salendo i primi facili metri fino a quando si stringe diventando un budello roccioso. Qui le difficoltà aumentano, si continua ad incastri di picche e corpo fino a dove il canale torna ad allargarsi, sostando sotto la banda rocciosa di sinistra (S1 spuntone, M4, 50m).

L2: Si supera la banda rocciosa sulla destra della sosta uscendo sul pendio nevoso soprastante. Qui si obliqua verso sinistra puntando all'evidente camino ostruito da grossi blocchi, che si raggiunge con un passo difficile a superare la seconda banda rocciosa. Sostare nella nicchia a sinistra (S2 spuntone, 70°, passi di M4, 50m).

L3: Affrontare direttamente il camino salendo in verticale fino a dove la progressione è sbarrata da un masso strapiombante. Portarsi dunque sulla destra con movimenti delicati e sormontare il masso. Traversare verso sinistra e infilarsi sotto al masso successivo, sgusciando nello stretto buco e raggiungendo un esile ponte di roccia che collega il groviglio di massi con la parete posteriore. Affrontare verticalmente la placca (lasciato un Bong che permette di azzerare parzialmente il passo) che si trova sull'altro lato del masso con passo difficile, fino a guadagnare l'uscita e la cima della seconda torre dell'Ongania (S3 spuntone, M5, 25m, 1ch).

Da qui si può continuare lungo la cresta Ongania (3 lunghezze più tratti in conserva) oppure calarsi da una delle vie di roccia della seconda torre.

Racconto     
Questo inverno doveva essere la prima stagione di arrampicata invernale per me ed Emanuele. L’inverno 2017/18 ci ha trovato impreparati, io con scarponi fatiscenti e zero esperienza su ghiaccio, Emanuele con neanche gli scarponi. Questo inverno doveva essere la nostra riscossa e invece è il nostro turno di coglierlo impreparato: pochissima neve, giornate sempre troppo calde, cascate sofferenti…
A dicembre torniamo a casa con le pive nel sacco per ben tre weekend di fila. L’ultimo di questi dopo neanche un tiro di Andrea Dry, allo Zucco Barbisino; innevato, ma di neve farinosa che rende la progressione troppo lenta. Per non tornare senza niente, facciamo un salto all’Ongania e ci buttiamo in un canaletto sulla sinistra della prima torre che ci regala un tiro molto divertente ed un passaggio bello tosto in dry.
Non abbiamo tempo di continuare, ma lasciamo un cordone di calata e facciamo il nodo al fazzoletto; sopra di noi scorgiamo un caminone di massi incastrati che sembra sfidarci ad entrare nel suo ventre.
Ieri non era forse la giornata più indicata per riprendere questa via. Le nevicate dello scorso weekend non hanno avuto tempo per trasformarsi sui versanti a nord e avvicinandosi all’attacco si inizia a sprofondare fino al ginocchio.
Emanuele ha le ciaspole ed avanza sicuro. Io, senza, cerco di galleggiare sulla sua traccia, ma sprofondo sempre più. A questo punto ci separiamo, io salgo verso destra cercando di saltare da un sasso all’altro, mentre Emanuele, fiducioso nelle sue ciaspole, punta dritto all’attacco. Ci metteremo quasi due ore per arrivare alla base della via e dovrò lanciare una corda ad Emanuele che, 50 metri sotto all’attacco, sprofonda nella farina fino alla vita.
Con questa neve, tutto diventa difficile. Mettersi i ramponi è un gioco di equilibrismo, e se ti cade un moschettone è perso per sempre.
Quando attacchiamo il primo tiro le cose non migliorano. Siamo nel conoide basale e ogni metro è una lotta. Dopo cinque minuti di bestemmie, mi parte una picca e cado all’indietro tornando gambe all’aria a fianco di Ema che mi guarda sconsolato e mi da la sua benedizione se decidessimo di tornare a casa.
A metà del rosario sono fuori dal conoide ed ho raggiunto la parte più verticale del canalino.
Qui a dicembre eravamo saliti con difficoltà, ora invece la neve aiuta quanto basta e toglie un mezzo grado. I 20 metri successivi sono bellissimi. Si sguscia in un budello roccioso con arrampicata che varia dalla ramponata su tacchetta, allo “mi spalmo con tutto il corpo” sperando che il goretex faccia presa.
La seconda metà del rosario ce la giochiamo sul secondo tiro che attraversa i pendii nevosi centrali superando due divertenti fasce rocciose. Ema ci porta alla seconda sosta alla base del caminone che ci aveva incantato due mesi fa. Il pendio di neve non sarà più di 70°, ma con questa neve fa una certa impressione ed Ema è costretto a dimenticarsi che l'ultima protezione è più di 20 metri sotto di lui!
Quando arrivo in sosta, il camino si rivela un imbuto otturato da una decina di massi enormi che si incastrano uno sull’altro. In alto si intravede un foro, sotto all’ultimo masso, che sembra largo appena a sufficienza per passarci attraverso, ma per arrivarci la strada è sbarrata da un masso che crea uno strapiombo proprio al centro del camino. E’ chiaro che il rosario non è bastato e quest’ultimo tiro non ha nessuna intenzione di lasciarsi conquistare facilmente. Già il primo passo sopra la sosta risolve il dubbio dell’alpinista ottimista: “sembra difficile, ma poi da vicino è facile”. Costretto in un improbabile spaccata, mi trovo schiacciato sotto lo strapiombo con entrambe le picche incastrate in orizzontale e le braccia che si incrociano a “X”. Molto stiloso, non fosse per gli orrendi crampi che mi prendono l’esterno delle cosce!
Schivato lo strapiombo, mi infilo nel buco sotto all’ultimo masso dove il camino mi partorisce fuori dal groviglio di blocchi. La sensazione non è piacevole e per chi avesse visto il film 127 ore, questo passaggio suscita ricordi spiacevoli!
Qui doveva finire la nostra piccola via, terminato anche il secondo rosario e stremati dalla ravanata. Invece solo ora, sul retro dei massi incastrati, ci rendiamo conto che abbiamo arrampicato per tutto il camino staccati dalla parete e mi trovo ora su un piccolo ponte di roccia con crepacci rocciosi su entrambi i lati. Davanti a me 4 metri di placca compatta solcata da una singola fessurina ghiacciata all’interno. Per i piedi, nulla; aderenza su rampone.
A questo punto però, a non più di 10 metri dalla cima, neanche un passaggio di M8 poteva negarci la vetta. Così, con protezioni inutili e il passaggio più difficile che abbia mai tirato in invernale, usciamo sulla cima della seconda torre dell’Ongania.


Il canalino del primo tiro

Primo tiro, sezione di M4+

Il tratto difficile del primo tiro visto dal basso

Oggi si ravana! 

Pendio di neve sopra la S1

I primi passi atletici del terzo tiro

Sgusciando tra i massi

In bilico sul masso incastrato

Ultimi metri di placca

Il camino del terzo tiro

Le vie di misto dello Zucco di Pesciola


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